Archivio mensile:Giugno 2010

Eventi naturali: questo il rischio per l’Italia

Un pericolo sparso su tutto il territorio, che vede particolarmente colpite le Regioni Trentino Alto Adige, Campania, Sicilia e Piemonte. Lo rileva il catalogo storico di eventi di frane e inondazioni realizzato dall’Irpi-Cnr di cui si è parlato nel Convegno organizzato dal Dipartimento terra e ambiente del Cnr in corso oggi a Roma e dove sono stati presentati anche le attività e i risultati degli studi Cnr sui rischi naturali

I problemi connessi al rischio idrogeologico diventano anno dopo anno più gravi e preoccupanti per il nostro Paese. E rappresentano un problema di grande rilevanza sia per il numero di vittime sia per i danni causati alle infrastrutture, come confermano anche i dati raccolti in un catalogo storico con informazioni di eventi con danni diretti alla popolazione dal 671 d.C e aggiornato dall’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr.

Se ne è parlato oggi a Roma, presso la sede del Cnr, nel corso della Giornata di studio ‘La ricerca del Cnr per il sistema nazionale di Protezione civile’ organizzata dal Dipartimento terra e ambiente (Dta) del Consiglio nazionale delle ricerche e a cui hanno partecipato tra gli altri il Presidente del Cnr, Luciano Maiani, il Vice Capo Dipartimento della Protezione civile, Bernardo De Bernardinis e Giuseppe Cavarretta, direttore del Dta-Cnr, oltre ai ricercatori del Cnr che si occupano di eventi catastrofici.

“Abbiamo utilizzato questo catalogo storico, unico nel suo genere”, “spiega Fausto Guzzetti, direttore dell’Irpi-Cnr, “per aggiornare le statistiche nazionali sulla probabilità che un evento di frana e inondazione causi un dato numero di vittime e abbiamo prodotto per la prima volta delle statistiche a livello regionale”.

Sebbene il pericolo frane e inondazioni colpisca un po’ tutto il territorio – dal 1950 al 2008 le vittime di eventi franosi in tutto il territorio nazionale sono state oltre 6380 e quelle delle alluvioni oltre 269, – le regioni più esposte sono il Trentino Alto Adige e la Campania.

Prendendo in considerazione gli ultimi 60 anni il Trentino si trova al primo posto per numero di vittime (675), dovute a 198 eventi franosi. In Campania 231 eventi con 431 vittime; sempre nello stesso periodo di tempo gli eventi franosi in Sicilia sono stati 33 con 374 vittime. Il Piemonte ha avuto 88 eventi franosi e 252 vittime. Un discorso a parte il Veneto dove, nel 1963, un solo evento (quello del Vajont) causò più di 1700 vittime.

Se si passa a considerare gli eventi di inondazioni le Regioni più interessate sono Piemonte (73 eventi alluvionali e 235 vittime); Campania (59 eventi e 211 vittime); Toscana (51 eventi e 456 vittime: un numero caratterizzato dalla inondazione dell’Arno del 1966) e Calabria ( 37 eventi e 517 vittime).

“Oltre a questo catalogo storico”, aggiunge Guzzetti,” abbiamo compilato un catalogo nazionale e stiamo lavorando a una serie di cataloghi regionali su eventi di pioggia che hanno prodotto frane: Ad oggi ci sono informazioni su 1025 eventi che serviranno per valutare la stima di soglia pluviometrica per l’innesco di movimenti franosi.

Nel Convegno di oggi è stato inoltre illustrato il contributo del Cnr nell’ambito dei più recenti eventi naturali catastrofici.

“Per quanto riguarda il terremoto avvenuto all’Aquila, per esempio, il contributo del Cnr”, spiega il direttore Giuseppe Cavarretta, “è stato utile per il Dipartimento della Protezione Civile che ha potuto contare sui ricercatori dell’Ente: “il giorno stesso del sisma eravamo già sul luogo e abbiamo immediatamente operato sotto il coordinamento della Protezione Civile”.

Il contributo tecnico-scientifico, poi, è stato utile soprattutto nella fase successiva al sisma per la localizzazione dei siti più idonei alla riedificazione. “Abbiamo fornito informazioni su come si sia modificata la topografia dell’area interessata”, continua il Direttore Dta-Cnr “e dati sulla microzonazione sismica al fine di identificare le aree più adatte alla ricostruzione degli edifici. Questo perché, come noto, esistono punti in una stessa area maggiormente soggetti al danno poiché rilasciano in maniera più violenta l’energia sismica accumulata dalle formazioni geologiche argillose che possono essere presenti nel sottosuolo”.

E anche per la recente eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull con il conseguente problema delle ceneri nei cieli europei il Dipartimento ha fornito la sua consulenza. Inoltre su un aereo dell’Aeronautica Militare si sta montando un’apparecchiatura in grado di ottenere misure dirette della densità di particelle di origine vulcanica in atmosfera per consentire alle Autorità preposte di decidere se si può volare oppure no sulla base di dati più attendibili rispetto ai modelli matematici fino ad ora utilizzati.

“Dal Vice capo del Dipartimento della Protezione Civile”, conclude Cavarretta, “è venuta una manifestazione di grande soddisfazione per il lavoro svolto e una sollecitazione a una ancor maggiore integrazione del Cnr nel sistema nazionale di protezione civile, sia per la mitigazione del rischio sia per la partecipazione alle operazioni nelle aree di emergenza”.

Il Cnr si fa valutare

Per la prima volta la rete scientifica dell’Ente è stata sottoposta ad uno screening effettuato da valutatori esterni, con una rilevante componente internazionale. La valutazione media è risultata molto buona, come la capacità di attrazione dei fondi esterni

26 Panel composti da 150 scienziati, di cui 60 stranieri provenienti da istituzioni europee, hanno valutato la produzione scientifica e brevettuale, le attività di technology transfer, le infrastrutture materiali e le risorse di personale della rete scientifica del Consiglio nazionale delle ricerche del quinquennio 2004/2008.

Gli obiettivi della valutazione sono stati: individuare i punti di forza e di debolezza degli Istituti, al fine di potenziarli e di correggere eventuali carenze; giudicare l’opportunità della loro attuale collocazione all’interno dei Dipartimenti; vagliare possibili aggregazioni; stabilire un ranking di massima.

Il panel ha classificato la rete scientifica in due sezioni: A (Scienze, Medicina, Ingegneria, Economia), composta da 87 Istituti di 8 Dipartimenti, e B (Scienze Umanistiche, Sociali, Giuridiche), che comprende 20 Istituti di 3 Dipartimenti. I parametri utilizzati per la valutazione sono stati: le pubblicazioni, la promozione e diffusione scientifica e tecnologica, le attività editoriali, i brevetti (solo per la sezione A), le attività educative, i progetti e contratti e le infrastrutture.

La valutazione mostra come gli Istituti siano in buona salute sia dal punto di vista dei risultati scientifici ottenuti, sia da quello della capacità di attrazione dei fondi esterni. La valutazione media risultante dai Panel di area è infatti molto positiva: un punteggio di circa 73/100 per gli Istituti della sezione A e di 82/100 per quelli della sezione B. “La differenza tra questi due valori”, spiega il Panel generale, “non è significativa, essendo associata principalmente a differenze nel metro di valutazione”.

49 Istituti della sezione A (il 56%) e 8 Istituti nella sezione B (40%) si sono classificati con un punteggio pari o superiore alla media, mentre 20 Istituti della sezione A (ossia il 23%) e 12 Istituti della sezione B (33%) hanno ottenuto un punteggio finale, cioè dopo l’omogeneizzazione operata dal Panel generale, maggiore o uguale a 80, che li colloca in un’area che può considerarsi di assoluta eccellenza.

Particolarmente soddisfacente appare la capacità di attrazione di risorse esterne da parte degli istituti del Cnr (definita come rapporto tra fondi esterni e fondi totali, inclusi i costi del personale) che è risultata pari al 30% per la sezione A e al 17% per la sezione B. Si confermano quindi le indicazioni del VI e VII Programma Quadro dell’Unione Europea nei quali, come percettore di finanziamenti, il Cnr si è classificato al primo posto in Italia e al quinto a livello europeo (quarto, se si considera il numero di progetti approvati) tra gli Enti pubblici di ricerca dell’Ue.

“I risultati complessivi”, sottolinea Luciano Maiani, presidente del Cnr, “sono ampiamente positivi, in particolare quelli stilati dalla componente europea del Panel, che hanno evidenziato il livello internazionale dell’Ente. I panelisti stranieri sono rimasti sorpresi nel constatare lo stato della ricerca nei nostri Istituti: migliore di quella descritta dai giornali scientifici stranieri. I nostri Istituti hanno la capacità di svolgere un ruolo di leadership nel campo della ricerca italiana e questa valutazione sarà un’importante base di partenza per pianificare le strategie future e un incentivo per i soggetti finanziatori (Ministeri, Regioni e imprese) a investire nel Cnr”.

Nelle proprie conclusioni, il Panel generale ha espresso l’opinione che venga riaffermato il ruolo del Cnr come motore della ricerca nazionale, promotore di interventi in settori strategici che coinvolgano anche Università e organizzazioni industriali e territoriali.

Dal punto di vista operativo ogni Istituto è stato valutato da due o tre Panel distinti. “Nei due terzi la valutazione dei diversi Panel di Area differiva di meno del 20% e per questi casi si è provveduto semplicemente a fare la media aritmetica”, spiega Gianfranco Chiarotti, Professore emerito dell’Università di Roma Tor Vergata e coordinatore del Panel generale. “Per il terzo rimanente il Panel generale, dopo aver esaminato la documentazione e ascoltato i coordinatori dei Panel coinvolti, ha stilato la valutazione finale, accompagnandola con una breve nota esplicativa”.

L’eterogeneità disciplinare “ha comportato una certa difficoltà comparativa specie tra aree culturali diverse”, conclude il prof. Chiarotti. “Per questo, nella relazione finale, gli Istituti sono stati ordinati per Dipartimento, dove le affinità scientifiche permettono una migliore valutazione comparativa”.

L’esame ha messo infine in evidenza il problema del sostegno alla ricerca di base, per la quale il Panel generale suggerisce di ricorrere, almeno inizialmente e nelle aree riconosciute come prioritarie, al sistema degli overhead: cioè al prelevamento di una parte degli introiti ricavati dai contratti esterni. Tale sistema è largamente diffuso a livello internazionale e ha dato in generale ottimi risultati.

La Relazione finale del Panel generale e le considerazioni da parte del Consiglio di amministrazione sono consultabili all’indirizzo

http://www.cnr.it/sitocnr/IlCNR/Attivita/ValutazioneIstituti.html

Missione simulata Mars 500

Il Centro pisano composto da Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ifc-Cnr), Scuola Superiore Sant’Anna e Università di Pisa rileverà gli effetti della missione simulata Mars 500 sull’asse cuore-cervello-polmoni degli astronauti. Le ‘cavie’, tra cui l’italo-colombiano Diego Urbina, vivranno da oggi in isolamento per 520 giorni: i ricercatori monitoreranno ecg, cortisolo, funzioni cognitive ed emotive

Misurare lo stress tramite un inedito mix di esami (dall’analisi della scrittura all’elettroencefalogramma, dalla rilevazione dei livelli di cortisolo fino all’ecocardiografia) e ridurne gli effetti senza ricorrere a terapie farmacologiche. La missione spaziale simulata verso Marte, che ‘parte’ oggi dall’Istituto per i problemi biomedici di Mosca (Ibmp), affida ai ricercatori del Centro Extreme di Pisa – composto da ricercatori dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ifc-Cnr), della Scuola Superiore Sant’Anna e dell’Università di Pisa – la delicatissima rilevazione clinica degli effetti dello stress sull’asse cuore-cervello-polmoni degli astronauti. Il team pisano intende affinare le procedure per la misurazione oggettiva dello stress individuale e valutarne le possibili contromisure: se avvalorate scientificamente, tali tecniche potrebbero nel prossimo futuro essere applicate anche sui pazienti comuni.

‘Cavie’ d’eccezione, i sei astronauti volontari (tra cui l’italo-colombiano Diego Urbina) per 520 giorni vivranno confinati negli spazi angusti del simulatore russo Nek, tra le cabine dell’equipaggio, il bagno, la cucina e la piccola area comune: senza contatti diretti con l’esterno e senza possibilità d’uscita. Una sorta di ‘grande fratello’ spaziale che rappresenta il terzo e decisivo momento del progetto Mars 500, iniziato due anni orsono.

L’esperimento di confinamento prolungato degli astronauti, organizzato dall’Ente spaziale russo e dell’Esa (l’Agenzia spaziale europea) questa volta riprodurrà in tutto e per tutto la missione spaziale verso Marte (idealmente programmata per il 2020), escludendo qualunque forma di contatto con il mondo esterno tranne le comunicazioni radio che – rispettando quanto avverrebbe nella realtà – avranno comunque un ritardo di circa venti minuti.

Oltre ai 250 giorni del viaggio d’andata e ai 240 del ritorno, tre dei sei astronauti dovranno sobbarcarsi ulteriori 30 giorni, simulando la discesa e il soggiorno sulla superficie del Pianeta Rosso sull’apposito modulo spaziale collegato alla navicella. I rischi non sono banali: l’ambiente ‘marziano’ riprodotto dagli scienziati russi è realistico per atmosfera, temperatura, illuminazione e pressione (fa eccezione la gravità); malfunzionamenti o rotture delle tute spaziali metterebbero a repentaglio la vita stessa dei volontari.

“In queste condizioni il gruppo di ricerca pisano è chiamato a misurare oggettivamente la vulnerabilità allo stress dell’equipaggio e, contestualmente, verificare sul campo contromisure non farmacologiche che possano migliorare la resa degli individui alla pressione psicologica”, spiega Remo Bedini dell’Ifc-Cnr. Sono previste otto sessioni di esperimenti: una all’inizio, una alla fine e sei durante il viaggio. “In particolare, i ricercatori effettueranno rilevazioni elettroencefalografiche con dispositivi portatili a 32 canali per misurare la cosiddetta Sleep Slow Oscillation (Sso), l’onda madre del sonno ad onde lente (il sonno ristoratore). Specifici test clinici saranno condotti per misurare i livelli di cortisolo, ormone correlato allo stress: dalle urine si otterrà la misura del cortisolo tonico, dalla saliva quello fasico”.

L’equipaggio sarà poi sottoposto dai ricercatori del Centro Extreme a esami psicometrici per la valutazione di alcune funzioni cognitive ed emotive. “Un altro obiettivo è misurare la ‘frattalità del pensiero’ degli astronauti, analizzando i testi scritti da loro stessi durante la missione”, prosegue Antonio L’Abbate, professore ordinario alla Scuola Superiore Sant’Anna e direttore del Centro Extreme. “Indipendente dalla lingua, dal mezzo utilizzato per la scrittura e dal senso complessivo del testo, il test potrebbe confermare come la distanza temporale e la frequenza di scrittura di certe parole possa rendere una misura oggettiva dello stress senza dover ricorrere a ulteriori indagini cliniche”. Gli esami saranno monitorati in tempo reale: gli astronauti – unica concessione – dispongono di un portello ‘pass trough’ per passare i campioni all’esterno durante il viaggio.

Per quanto riguarda gli antidoti allo stress, il Centro Extreme sta conducendo specifiche ricerche che potrebbero trovare a Mosca importanti conferme. Sotto indagine ci sono gli effetti delle stimolazioni elettriche al cervello. “Se la misurazione dello stress e l’efficacia delle contromisure si rivelassero corrette”, conclude Angelo Gemignani, del Dipartimento di Scienze Fisiologiche dell’Università, “l’esperimento di Mars 500 spalancherebbe le porte alla determinazione dei profilo di rischio dei singolo individui, fornendo un contributo essenziale alla moderna medicina predittiva: per le persone impegnate in attività estreme come pompieri, militari, addetti alla protezione civile ma con ricadute positive per tutti i cittadini”.

La cultura dell’innovazione in Italia

Il Rapporto La cultura dell’innovazione in Italia delinea un quadro in chiaroscuro del nostro rapporto con la tecnologia. Siamo convinti che aiuti, ma anche prudenti e, in grande maggioranza, contrari a ogm e nucleare. Informati su web ed energie, però non su nanotech, clonazione e farmaci intelligenti. Il contatto umano? Prevale. E la donna è considerata ‘meno tecnologica’. Nord e Sud staccati solo su alcuni aspetti

L’indagine sulla cultura dell’innovazione in Italia 2010 – realizzata dall’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche (Irpps-Cnr) di Roma – è al suo secondo anno di realizzazione con alcune novità: la caratterizzazione regionale, il raddoppio delle interviste (da 2000 a 4000) e la presa in esame di una sola classe d’età, 30-44 anni, particolarmente significativa per il tema.

Il Rapporto, realizzato in collaborazione con Cotec-Fondazione per l’innovazione tecnologica e con il mensile Wired, segnala innanzitutto che per il 70% la tecnologia è utile per conciliare vita personale e professionale e per sfruttare meglio il tempo. In un’ipotetica ‘bilancia tecnologica’ dei rischi-benefici, su dieci opzioni, presentano un saldo negativo solo OGM e nucleare, su cui è ben disposto solo il 24,5% degli uomini e il 16,7% delle donne. Per tutte le altre (energia solare e rinnovabili, internet, cellulari, medicine e nuove tecnologie mediche, treni ad alta velocità, adeguamento di tutte le tratte ferroviarie nazionali, inceneritori e termovalorizzatori) i benefici superano i rischi percepiti. Ad esempio, si conferma dallo scorso Rapporto la visione positiva dell’uso delle cellule staminali: un’occasione da cogliere per il 64%.

“Il concetto di innovazione è legato soprattutto a quello di sviluppo, sia per gli uomini (47,1) sia per le donne (47,8%), mentre quello di rischio è percepito come un pericolo in particolare dalle donne (44,8% contro il 38,1 dei maschi)”, spiega il direttore dell’Irpps-Cnr, Sveva Avveduto. “L’innovazione è considerata ad esempio utile per aumentare i posti di lavoro e andrebbe dunque applicata nelle imprese (17%), investendo in formazione permanente (16%) e di base (12%) ma soprattutto innovando nella società a tutti i livelli (25%)”.

Amplissima la maggioranza per le posizioni di cautela: oltre l’80 per cento è in disaccordo con l’immettere sul mercato prodotti e servizi innovativi a velocità eccessiva, al fine di avvantaggiare la società, e più del 70% è a favore del ‘principio di precauzione’ sull’uso delle tecnologie.

Ma chi deve decidere su questi temi? Prima di tutto gli scienziati, poi ‘tutti i cittadini’, a conferma della preferenza per la partecipazione diretta su quella rappresentativa, benché gli italiani si sentano ben informati solo su alcuni temi, quali la trasformazione della spazzatura in combustibile e i pannelli solari e fotovoltaici, il web 2.0, internet più avanzato e i social network (usa il web l’86% dei 30-44enni e il 96,7% di quelli occupati di alto livello). Ammettono altresì di essere poco o per nulla informati su nanotecnologie (il 72,8%), clonazione terapeutica (74,6%) e farmaci intelligenti (63,9).

“Il contatto umano prevale sulla tecnologia: non rinuncerebbe per una settimana a incontri gli amici il 56,3% e a sentirli al telefono il 23,1; molto più facile staccare email o sms (5,2%) e social network (3,6%)”, prosegue Adriana Valente, autrice dell’indagine. “Nell’acquisto di un prodotto telefonico, audio e video, il 48,7% identifica l’affidabilità con la notorietà del marchio e, dopo i costi, incidono le qualità ecologiche più di quelle funzionali e del design”.

Secondo l’83% degli italiani l’innovazione tecnologica ha migliorato la qualità di vita delle donne, ma solo il 60% pensa che migliorerà anche quella delle generazioni future. In generale, l’82% giudica la vita femminile odierna migliore di quella precedente ma appena il 48% pensa che le donne di domani avranno una vita ancora migliore.

“Il 92% ritiene che l’istruzione universitaria sia ugualmente importante sia per un ragazzo che per una ragazza, ma il 29% ritiene che le donne siano più adatte allo studio delle discipline umanistiche, il 25,3% che affrontino il lavoro con minore razionalità e quasi il 30% che gli uomini sfruttino meglio la tecnologia nell’ambiente di lavoro”, avverte la coautrice del rapporto, Loredana Cerbara. “Emerge insomma una immagine della donna meno ‘tecnologica’, tanto che solo il 28% è pienamente d’accordo che la tecnologia sia un’opportunità per diminuire lo svantaggio femminile nel lavoro, anzi potrebbe essere una ‘trappola’, come parrebbe dalle risposte sul rischio che la tecnologia finisca per aumentare il tempo lavorativo delle donne: il 39% è d’accordo, il 25% solo in parte, il 30% in disaccordo”.

Da segnalare inoltre il 29% del campione secondo cui in un momento di crisi è meglio che siano gli uomini a conservare il posto, anche se solo il 14,6% ritiene che i maschi siano ‘capi’ migliori e appena il 12,8% che siano migliori leader politici.

Infine, alcune specificità regionali evidenti: la suscettibilità al ‘marchio’ dei prodotti hi tech, oltre il 50% in quasi tutto il Centro-meridione; il maggior bisogno di informazione sulla tecnologia in Sardegna, Campania e Basilicata; la differenza nell’uso di internet, dove sono leader Friuli Venzia Giulia (94%), Emilia Romagna (93,5%) e Trentino Alto Adige (91,5%), mentre Campania (26,1%), Sicilia (24%) e Calabria (21,7%) sono in coda; la minor propensione a pensare che l’innovazione abbia migliorato la vita delle donne al Sud; il maggiore uso dell’home banking al Nord. Le regioni sono molto vicine, invece, nella percezione di rischi e benefici dell’innovazione, sul ruolo degli scienziati nel processo decisionale e sull’energia nucleare.